Nutraceuticabioch.: Fibre e malattia infiammatoria intestinale

Consigli dietetici per la malattia infiammatoria intestinale facendo riferimento principalmente alle fibre alimentari.

La malattia infiammatoria intestinale IBD include sia la colite ulcerosa che il morbo di Crohn, l’infiammazione causata dal morbo di Crohn è su tutto il tratto digestivo dalla bocca all’ano e sull’intero spessore della parete intestinale, la colite ulcerosa riguarda principalmente l’intestino tenue e il colon retto con infiammazione visibile solo nello strato interno della mucosa.

Non si conosce il motivo che causa la malattia infiammatoria intestinale ma spesso è dovuta alla combinazione della componente genetica e del sistema immunitario, il fumo aumenta il rischio di sviluppare il morbo di Crohn, i sintomi sono diversi ma riconducibili a dolori addominali, aumento della peristalsi intestinale con diarrea, stanchezza e perdita di peso per via del malassorbimento dei nutrienti.

I consigli dietetici attuali sono diversi, nella linea guida dietetica della National Institute for Health and Clinical Excellence (NICE) per le persone affette dal morbo di Crohn ci sono indicazioni nutrizionali solo per la fase operatoria.

Non ci sono basi solide quando si parla di dieta e IBD inoltre attualmente non ci sono raccomandazioni dietetiche visto che le prove degli studi clinici sono limitati per mancanza di un placebo di controllo e interazioni complesse fra i cibi e i trial clinici dietetici.

Nonostante questo ci sono molte diete che possono essere considerate in caso di sintomi di IBD come la dieta specifica di carboidrati SCD, la dieta FODMAP acronimo di oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccarid fermentabili e polioli, la dieta paleolitica Paleo e la dieta IBD AID cioè la dieta antinfiammatoria per malattia infiammatoria intestinale.

Queste diete sono spesso citate negli studi ma non sono menzionate nelle linee guida dietetiche ufficiali per gestire IBD, sono diete che vengono usate dai pazienti in sperimentazione e spesso sono consigliate in particolari situazioni anche se ci sono mancanze di prove per esempio la nutrizione enterale che si usa in caso di riacutizzazione della malattia di Crohn, la dieta a basso residuo (basso contenuto di fibre) che viene usato in caso di stenosi (restringimento dell’intestino) .

Terapeuticamente la dieta a basso contenuto di fibra viene usata nel trattamento di eventi recidivi acuti dell’IBD e altre condizioni come la sindrome del colon irritabile IBS e in caso di diverticolite, dopo la remissione il contenuto di fibra deve essere reintegrato in una quantità pari a quella normalmente presente in una dieta sana.

L’utilizzo della nutrizione enterale per la malattia di Crohn serve a migliorare i sintomi mettendo a riposo l’intestino e permettendo alla mucosa di guarire così che entro due settimane venga ridotta anche la produzione di metaboliti batterici dannosi.

Se il morbo di Crohn è severo le linee guida ESPEN raccomandano una dieta con regime modificato o una nutrizione enterale e quando c’è stenosi asintomatica dell’intestino si deve seguire una dieta a basso contenuto di fibre o una dieta di consistenza morbida con prevalenza di fluidi.

Da una revisione sugli studi pubblicati di Rhodes and Richman si ribadisce che in caso di malattia di Crohn la dieta deve essere a con basso contenuto di grassi animali, bisogna evitare alimenti ricchi di fibre insolubili, cibi grassi lavorati, si deve supplementare la vitamina D e consumare prodotti lattiero caseari se tollerati che servono a garantire il livello di calcio.

Nella colite ulcerosa ci sono meno raccomandazioni dietetiche, il regime alimentare deve essere a basso contenuto di carne rossa, carne lavorata e la margarina dovrebbe essere evitata, ci sono pochi studi sulla protezione dell’olio d’oliva e non ci sono prove della necessità di evitare in modo rigoroso i latticini contenenti lattosio.

Anche se ci sono molti studi sulla relazione fra la fibra della dieta e le IBD le raccomandazioni sono scarse, la fibra alimentare è una componente del cibo che include tutti i carboidrati che non sono digeriti e assorbiti nell’intestino tenue con grado di polimerizzazione di 3-4 unità oltre alla lignina che ha una struttura complessa e diversa.

La fibra alimentare nella dieta aiuta a regolare i movimenti intestinali e se nel regime alimentare il contenuto è molto alto ha la capacità di riduce il rischio di diabete e del cancro intestinale oltre ad aiutare ad abbassare il colesterolo, generalmente la fibra è divisa in due gruppi insolubile e solubile, quella insolubile si trova nei cereali integrali e nelle bucce e nei semi della frutta e della verdura non viene digerita e aumenta il volume del cibo nello stomaco con effetto saziante.

La fibra solubile aumenta il contenuto di acqua nelle feci e si lega al colesterolo e al glucosio rallentando il loro assorbimento, in genere si trova nell’avena, fagioli, legumi, interiora, frutta e verdura, tuttavia i termini solubile e insolubili sono poco usati in ambito clinico visto che gli alimenti fibrosi sono considerati una miscela di entrambi.

Recenti revisioni sugli studi intrapresi da Wedlake et Al hanno concluso che la fibra può essere assunta  in quantità normale se nel paziente con IBD non c’è occlusione intestinale, altri studi affermano che le recidive sono minori con una dieta ricca di fibre nella colite ulcerosa, quindi il consumo di fibre dovrebbe essere incoraggiato in caso di IBD a meno che ci sia una stenosi e si sottolinea l’importanza del suo effetto antinfiammatorio.

Una recenzione condotta dal British Dietetic Association (BDA) ha affermato che per  la malattia di Crohn non ci sono studi clinici che indicano che l’uso di fibra alimentare in bassa quantità o diminuita nella dieta possa ridurre il rischio di ostruzione intestinale o ridurre i sintomi gastrointestinali negli stadi della malattia.

Alcune revisioni attuali raccomandano la fibra scarsamente fermentiscibile in caso di stenosi poichè la fibra fermentata produce elevate quantità di gas vicino al restringimento che può indurre i sintomi.

Una dieta a basso contenuto di fibre da meno probabilità di sintomi ostruttivi nelle persone con stenosi infiammatoria e riduce il rischio di ostruzioni intestinali ma ci sono pochi dati che supportano l’approvazione clinica infatti non ci sono linee guida nazionali e non è chiaro neanche la distinzione fra dieta a basso contenuto di fibre e dieta a basso residuo.

Tale revisione da consigli dietetici in caso di restringimento intestinali nella malattia di Crohn affermando che bisogna escludere qualsiasi cibo con fibra in caso di ostruzione meccanica o con pre-stenosi poichè provoca dolore per l’eccessiva quantità di gas che produce, quindi in genere si elimina la fibra di frutta e verdura, cereali integrali, noci, semi, carne e pesce dal piano dietetico in funzione della natura e della entità della stenosi.

La pratica clinica adotta una dieta a basso residuo per breve periodo in caso di diarrea, frequenti dolori e movimenti intestinali che indicano spesso un’evento acuto di riacutizzazione della malattia, in modo da ridurre la frequenza e il volume delle feci e portando a remissione la malattia.

A livello terapeutico una dieta a basso contenuto di fibre fa parte del trattamento contro le recidive acute di IBD, sindrome del colon irritabile e diverticolite, alla remissione dei sintomi la quantità di fibra deve sistematicamente essere aumentata fino al raggiungimento della quantità raccomandata da uno stile di vita sano.

In conclusione si può affermare che la maggior parte degli studi hanno affermato che la riduzione di fibra è adatta solo alla stenosi del morbo di Crohn ma è risaputo che a livello terapeutico il basso contenuto è benefico durante la fase di riacutizzazione della malattia infiammatoria IBD per attenuare i sintomi.

In generale il consiglio dietetico è quello di adottare regimi alimentari  a base di carboidrati complessi e a basso contenuto di FODMAP anche se attualmente le prove non sono complete.

FIBRE AND INFLAMMATORY BOWEL DISEASE

Cos’è la malattia infiammatoria intestinale (IBD)?

La malattia infiammatoria intestinale include il morbo di Crohn e la colite ulcerosa che sono le forme più comuni della malattia poi ci sono le forme più rare quali la colite linfocitaria e la colite collagenosica che vengono indicate come colite microscopica.

Questa malattia è una condizione cronica di intestino infiammato che dura per tutta la vita, le parti intestinali coinvolte nell’infiammazione dipendono dal tipo di IBD presente e si ritiene che sia una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario attacca le cellule intestinali.

Nella malattia di Crohn l’infiammazione permanente si può trovare ovunque dalla bocca all’ano e influisce sull’intero spessore della mucosa intestinale ma colpisce principalmente l’ileo e l’inizio del colon, può saltare alcune aree tanto che si potrebbe verificare un’infiammazione vicino alla bocca e nell’intestino ma non in altre parti.

Esiste più di un tipo di malattia di Crohn in base alla localizzazione dell’infiammazione, i  sintomi sono diversi ma generalmente riconducibili al dolore addominale, diarrea e  affaticamento, la colite ulcerosa che presenta gli stessi sintomi colpisce solo il colon e il retto interessando solo la parte esterna del rivestimento della mucosa dell’intestino.

Non esiste una cura per la malattia di Crohn, molte persone subiscono un’intervento chirurgico per rimuovere le parti dell’intestino coinvolte ma l’infiammazione può tornare e non si eliminano di solito tutti i sintomi.

I sintomi più comuni della malattia IBD sono diarrea con muco, sangue e pus, urgenza evacuativa, crampi addominali, stipsi, stanchezza, spossatezza, sensazione di malessere generale, perdita di appetito e di peso involontario con uno o più sintomi contemporaneamente.

Durante la riacutizzazione si aggiunge la febbre sopra i 38 gradi, il malessere, la nausea, vomito, dolori articolari, infiammazione e irritazione degli occhi, pelle dolorosa e gonfia spesso nelle gambe, ulcera nella bocca e malnutrizione per mancato assorbimento dei nutrienti che nei bambini ritarda la crescita.

In base alla localizzazione dell’infiammazione la malattia di Crohn ha diverse tipologie:

  • ileo colite la forma più comune che colpisce ileo e colon;
  • ileite che interessa solo l’ileo;
  • malattia di Cohn gastroduodenale che colpisce lo stomaco e il duodeno;
  • digiuno ileite che colpisce digiuno e ileo;
  • colite di Crohn granulomatosa che colpisce solo il colon perianale causando infiammazione intorno all’ano.

Per diagnosticare questa malattia non c’è un metodo preciso ma se ci sono determinati sintomi da diverse settimane si eseguono test che permettono di dare una diagnosi di IBD e identificare la tipologia specifica.

Bisogna rivolgersi ad un medico quando si hanno i seguenti sintomi : feci con sangue, urgenza evacuativa, diarrea, perdita di peso, affaticamento, dolori articolari e addominali; ottenere una diagnosi per IBD non è semplice visto che molte persone hanno i sintomi già da molto tempo prima dell’esecuzione dei test e spesso sono simili a quelli della diverticolite, celiachia, cancro intestinale che sono delle condizioni che vanno escludere.

I principali metodi d’analisi sono:

  • test delle feci per evidenziare infiammazione o infezioni da Salmonella, Campilobacter o da Clostridium difficile e malassorbimento di sostanze nutritive presente specialmente nel morbo di Crohn;
  • endoscopia e raggi x per osservare l’infiammazione intestinale;
  • livelli di ferro visto che lo stato infiammatorio può dare anemia;
  • piastrine e globuli bianchi che aumentano in caso di coaguli indotti dal sanguinamento e dall’ infiammazione;
  • globuli rossi bassi che indicano anemia;
  • anticorpi associati alla malattia quali pANCA, ASCA, CBir1 e OmpC, non sempre presenti nelle persone affette;
  •  ferritina indicatore d’infiammazione e di basso livello di ferro nelle anemie;
  • basso livello di transferrina per carenza di ferro.

Le persone che soffrono di diarrea spesso sono disidratate con alterazione dell’equilibrio elettrolitico ma il  giusto equilibrio di sodio, potassio e cloruri è importante per l’attività del sangue e dei muscoli:

  • il test degli elettroliti indica il livello di disidratazione;
  • il test dell’urea indica il valore di creatinina nel sangue e il funzionamento dei reni.

Il test sugli enzimi epatici indica le conseguenze della malattia infiammatoria intestinale sul fegato:

  • bassa albumina sierica per via dell’infiammazione;
  • CRP aumenta nella fase acuta dell’infiammazione;
  • VES  la velocità di sedimentazione indica lo stato d’infiammazione.

Altri test sono :

  •  vitamina B12 e acido folico che nel morbo di Crohn non sono assorbiti e il basso valore indica infiammazione e anemia;
  •  calcio e fosforo importanti per la salute delle ossa sono poco assorbiti nel morbo di Crohn;
  • vitamina D carente nella malattia di Crohn per mancato assorbimento che causa  problemi nella formazione delle ossa per alterazione del metabolismo del calcio;
  • il magnesio importante per il metabolismo delle ossa e dei muscoli che risulta essere carente nelle persone che soffrono di diarrea grave o di vomito;
  • altri test quali i livelli di zinco, selenio e cromo che devono essere reintegrati se in bassa concentrazione per malassorbimento.

Dopo la diagnosi di malattia di Crohn, colite ulcerosa o di colite microscopica si eseguono altri test per individuare il sottotipo della malattia e iniziare il giusto trattamento.

Nella colite ulcerosa l’infiammazione si trova nel colon e nel retto ci sono ulcere che contengono muco o pus, disturbi addominali e frequenti urgenze evacuative, il tipo di colite ulcerosa viene diagnosticato in base al punto dove si trova l’infiammazione.

I sintomi variano da persona a persona e includono diarrea spesso con sangue, muco e pus, crampi addominali, anemia, perdita di appetito e di peso,  frequenza evacuativa, estrema stanchezza, artite, ulcere nella bocca, infiammazione della pelle e degli occhi.

La colite ulcerosa è una condizione cronica e permanente non esiste una cura e in genere si usa l’intervento chirurgico per rimuovere l’infiammazione ma spesso ci può essere una recidiva nel colon, retto e ano o  i sintomi non vengono eliminati, la diagnosi e il trattamento sono identici alla malattia infiammatoria di Crohn.

Ci sono diversi tipi di colite ulcerosa in base alla zona d’infiammazione:

  •  proctite ulcerosa che indica un’ infiammazione nel retto;
  • proctosigmoidite un’ infiammazione nel retto e nel colon sigmoideo;
  • colite sinistra chiamata anche colite distale dove l’infiammazione inizia dal retto e si estende fino alla curva del colon vicino alla milza nella flessura splenica;
  • colite ulcerosa estesa che colpisce entrambi i punti;
  • colite pan-ulcerosa che colpisce l’intero colon.

La malattia infiammatoria IBD è molto frequente e in costante aumento specie nelle zone molto sviluppate, nelle persone bianche e dell’Europa dell’Est ebraiche, ogni anno la diagnosi è di 1,6 milioni in USA , 2,5- 3 milioni in Europa, non si sa esattamente la causa della malattia infiammatoria intestinale ma si considera un’insieme di  fattori da quelli genetici alle reazioni anomale del sistema digestivo verso batteri intestinali e fattori sconosciuti legati a virus, batteri, dieta, stress o ambientali.

What is inflammatory bowel disease (IBD)?

Il ruolo del cibo nella malattia infiammatoria intestinale non è chiaro, si pensa che sia il responsabile della malattia inoltre mangiare alcuni cibi o evitarli può alleviare o aumentare i sintomi.

Uno studio ha dimostrato che circa il 57% delle persone ritiene che l’alimentazione può scatenare l’infiammazione ma l’effetto del cibo dipende dalle caratteristiche individuali, motivo per cui  non esiste un elenco di alimenti positivi e negativi per la malattia IBD.

Quando c’è infiammazione intestinale si limitano alcuni cibi o si smette di mangiarli tutti in modo da limitare i sintomi ma questo può annullare l’assorbimento di alcuni nutrienti con gravi problemi, specialmente le persone con il morbo di Crohn soffrono di malnutrizione e di malessere e nei giovani ci possono essere problemi di crescita.

La malattia IBD spesso richiede maggiore energia per cui occorre una buona alimentazione trovando un giusto equilibrio tra energia -nutrienti e privazione di alimenti negativi compilando il diario alimentare e annotando i sintomi soggettivi durante le ore successive.

Generalmente le persone con IBD riscontrano problemi con alcuni alimenti tra cui lo zucchero dal glucosio che si trova naturalmente nelle piante e nei frutti al fruttosio, lattosio e saccarosio, la scissione in unità fondamentali di strutture polimeriche permette all’organismo di ricavare energia per le attività.

Lo zucchero è nascosto in molti cibi e mangiarne molto può portare obesità e una serie di disturbi come il diabete e le malattie cardiache ed epatiche, gli zuccheri aggiunti non hanno valore nutritivo come quelli presenti naturalmente nei cibi.

Molte persone con IBD evitano zuccheri aggiunti in modo da limitare la disbiosi dei batteri intestinali, controllare i sintomi d’infiammazione e evitare l’iperglicemia che aumenta le citochine infiammatorie che aggravano l’infiammazione esistente e sopprimono ulteriormente il sistema immunitario con effetto negativo sull’organismo.

I prodotti piccanti come il chillis, la polvere di peperoncino, la paprica, i peperoni, il pepe nero, la noce moscata, i chiodi di garofano, la mostarda e il rafano contengono capsaicina che attiva i recettori della bocca provocando la sensazione di bruciore- dolore, stimolano la circolazione, aumentano la temperatura corporea e l’acidità di stomaco.

Ci sono pochi dati sull’effetto che hanno sulla malattia IBD e sul tratto gastrointestinale ma molte persone accusano aumento del dolore addominale, crampi allo stomaco, gonfiore e diarrea mangiando cibi piccanti, il motivo principale è la capacità di questi cibi di aumentare l’acidità gastrica con peggioramento dei sintomi ma anche la presenza di alcaloidi delle Solanacee che favoriscono l’infiammazione.

Alcuni alimenti trasformati come pane, cereali per la colazione, formaggio, alimenti pronti, frutta e verdura in scatola o macinati, congelati, cotti, essiccati o elaborati con macchinari contenenti zuccheri, sale, addittivi e conservanti possono peggiorare i sintomi IBD.

Le verdure surgelate subiscono solo la tritatura per cui non sono così dannose mentre  i piatti pronti con aggiunta di sale, zucchero e addittivi sono molto dannosi, per cui bisogna leggere le etichette, vedere il tipo di trasformazione e preferire alimenti freschi.

Gli alimenti trasformati che contengono zuccheri aggiunti sono il pane, i prodotti da forno e i sughi pronti, danno problemi di obesità e la dipendenza da cibo per via della presenza di carboidrati raffinati inoltre contengono grassi trans che aumentano l’infiammazione e il processo aterosclerotico.

Tra gli addittivi che aumentano il rischio di malattia infiammatoria intestinale ci sono gli emulsionanti che aggiungono densità a maionese e gelato, glucosio, sale, solventi organici, glutine, transglutaminasi microbica e nanoparticelle.

La frutta e la verdure della famiglia delle solanacee come le patate, pomodori, peperoni (peperoni, peperoncino, paprika, tamales, tomatillos, pimentos, pepe di Caienna), melanzane, Okra, Ground cherries e bacche di Goji per via dell’alto contenuto di alcaloidi necessari alla protezione della pianta bloccano l’azione dell’enzima colinesterasi nelle cellule nervose causando infiammazione articolare, perdita di calcio osseo e irritazione intestinale.

Uno studio sui glicoalcaloidi della patata evidenzia come il genere Solum possa indurre la reazione immunitaria e aggravare l’infiammazione IBD, eliminare questi alimenti dalla dieta è una scelta personale che non deve alterare l’equilibrio dietetico dei nutrienti.

Il glutine presente nel frumento, orzo, segale e triticale permette l’impasto del pane rendendolo soffice dopo la cottura, si trova nel pane, pasta, dolci, minestre, salse, alimenti che contengono malto come l’aceto, birra, salsa di soia, prodotti con avena e in molti alimenti trasformati.

Il glutine causa la malattia celiaca di natura autoimmune con sintomi di gonfiore, diarrea, nausea, flautolenza, stipsi, stanchezza, perdita di peso, alopecia, anemia e danno alla mucosa intestinale che impedisce l’assorbimento di nutrienti, l’incidenza è 1:1201 ma solo nel 24% delle persone viene diagnosticata.

L’allergia alle proteine del grano è caratterizzata da sintomi di orticaria, nausea, vomito, diarrea, naso chiuso, mal di testa e asma e in alcuni casi anafilassi con insufficienza respiratoria, shock e  morte.

In questi casi si deve eliminare il glutine dei cereali o il grano dalla dieta, le persone con malattia infiammatoria intestinale che riscontrano un peggioramento dei sintomi assumendo glutine potrebbero avere una celiachia non diagnosticata essendo di natura autoimmune come la malattia IBD.

Uno studio nel 2011 ha dimostrato che le persone con malattia di Crohn sono geneticamente predisposte alla celiachia o alla sensibilità al glutine che provocano maggiore permeabilità intestinale con maggiore assorbimento di tossine e microbi che aumenta l’infiammazione IBD.

I sintomi di permeabilità includono gonfiore, gas, crampi, sensibilità alimentare e dolori addominali, uno studio trasversale negli Stati Uniti del 2014 ha rilevato che il 65,6% di tutti i pazienti con dieta senza glutine ha avuto un miglioramento dei sintomi gastrointestinali e il 38,3% ha riportato infiammazione intestinale meno grave.

Uno studio sulle proteine del grano e inibitori della amilasi-tripsina (ATI) ha dimostrato che questo enzima è capace di innescare una risposta immunitaria nell’intestino che può diffondersi ad altri tessuti del corpo esacerbando i sintomi di diverse malattie come dell’artrite reumatoide, sclerosi multipla (SM), asma, lupus, steatosi epatica non alcolica e le malattie infiammatorie intestinali.

Bisogna eliminare il glutine o il grano per 30 giorni dalla dieta e successivamente reintegrare gli alimenti, se si è sensibile al glutine anche una piccola quantità causa una risposta immunitaria che scatena i sintomi.

Gli alimenti come il burro, maionese, crema, patatine, pasticceria, cibi fritti, salsicce, formaggi, gelati e pizza sono ricchi di grassi principalmente saturi che hanno effetti negativi sulla salute provocando obesità,  maggiore rischio di malattie cardiache e di ictus, sono assorbiti parzialmente nella colite ulcerosa e non assorbiti nel morbo di Crohn accentuando i sintomi di diarrea e di dolori addominali.

L’allergia al latte o ai latticini porta a sintomi simili dell’intolleranza al lattosio ogni volta che si consumano questi alimenti  anche in piccole quantità sono presenti orticaria, respiro sibilante, vomito, diarrea, eruzioni cutanee e anafilassi.

L’intolleranza al lattosio o la sensibilità alla caseina si manifestano con gli stessi sintomi a poche ore dall’assunzione quelli più comuni sono flatulenza, diarrea, gonfiore e crampi allo stomaco, nei pazienti con colite ulcerosa la frequenza di intolleranza al lattosio può arrivare al 28,6% e nella malattia di Crohn al 35,3%.

Le  cause non sono chiare ma si pensa che alcune persone specialmente con il morbo di Crohn con infiammazione dell’intestino tenue in fase di riacutizzazione non produca lattasi che serve a scindere il lattosio per cui si sconsigliano latte e latticini aggiungendo  integratori di  calcio.

La caffeina è una sostanza che si trova nel tè, caffè, bevande tipo coca cola, bevande stimolanti tipo Red Bull, cioccolata e bevande al cioccolato, gelato e yogurt al gusto di caffè e nel caffè o nel tè decaffeinato ma in piccole quantità, stimola il sistema nervoso rigenerando l’organismo, azione diuretica, limita l’assorbimento di calcio con perdita ossea.

La linea guida per la pratica clinica di IBD ne vieta il consumo anche se non ci sono specifici risultati che indicano il peggioramento dei sintomi.

Gli effetti principali della caffeina sono il reflusso gastroesofageo, il bruciore di stomaco, il restringimento dell’esofageo, l’aumento dei movimenti intestinali e degli ormoni dello stress interferendo con la digestione.

L’alcol può avere un’effetto negativo sui sintomi IBD, le linee guida cliniche  raccomandano di evitare il consumo ma alcuni studi affermano che non produce nessun effetto, decidere di smettere di bere è quindi una scelta personale in presenza della malattia.

Alcuni studi affermano :

  • il consumo di vino nelle persone sane riduce il rischio di colite ulcerosa:
  • il 75% delle persone con IBD hanno avuto un peggioramento dei sintomi gastrointestinali con il consumo di alcolici;
  • il consumo di vino ogni giorno può aumentare il rischio a lungo termine di recidiva e di riacutizzazione della malattia;
  • gli effetti collaterali dell’alcol nelle persone con IBD sono anemia, peggioramento delle patologie epatiche e effetti a lungo termine su ulcere, gastrite e malnutrizione.

Ci sono altri alimenti che influiscono sulla malattia, se si decide di eliminare alcuni alimenti dalla dieta bisogna escludere un cibo alla volta per massimo 3 settimane e poi reintrodurlo (dieta di eliminazione) in modo graduale e monitorare i sintomi.

Non esiste una dieta per IBD ma molte persone hanno scoperto che seguire alcuni regimi alimentari porta a migliorare i sintomi.

La dieta vegetariana non permette il consumo di carne e di pesce ma latte, latticini e uova, si devono sostituire le proteine, aminoacidi, acidi grassi omega 3 , vitamine e minerali come calcio, ferro e B12 che si ottengono da carne e pesce, non ci sono studi specifici che possa ridurre i sintomi di malattia infiammatoria intestinale anche se  alcune persone hanno avuto miglioramento dei sintomi.

Lo studio condotto nel 2015 afferma che il consumo di carne può aumentare il rischio di malattie infiammatorie intestinali.

Le persone che seguono una dieta vegana devono sostituire qualsiasi proteina, aminoacido, acido grasso omega 3, vitamine e minerali come calcio, ferro e vitamina B12 che si ottengono dal consumo di prodotti animali, i sintomi possono migliorare nella malattia IBD con deficit secondario di lattasi anche se non ci sono studi clinici sufficienti.

L’eccessivo consumo di carne aumenta il rischio di malattia infiammatoria intestinale.

La dieta Paleo ha regole semplici che incoraggiano l’utilizzo di prodotti stagionali, alimenti raffinati che possono essere dannosi per la salute, maggiore apporto di proteine, fibre e energia.

Seguendo la dieta paleo si escludono:

  • cereali come grano, farina di mais, quinoa, amaranto, grano saraceno, riso selvatico, farro, segale, sorgo, avena e riso comprese le versioni prive di glutine;
  • zuccheri come il saccarosio, sciroppo di mais, nettare di agave, miele, sciroppo d’acero e dolcificanti artificiali;
  • gli oli vegetali come di colza, soia, semi di cotone, mais, girasole e cartamo;
  • i prodotti lattiero caseari come formaggio, latte, burro chiarificato, yogurt, kefir, proteine ​​del siero di latte in polvere, ricotta e panna acida;
  • legumi come arachidi, soia, lenticchie, fagioli (neri, borlotti, rossi e bianchi) e  ceci;
  •  carne, uova e frutti di mare allevati.

Le persone che seguono questo tipo di dieta sono incoraggiati a mangiare prodotti minimamente lavorati di verdure compreso le alghe, patate dolci, frutta locale, carne da allevamenti biologici ma bisogna evitare carni lavorate, pesce, crostacei, uova di pesce, noci e semi, olio d’oliva, olio di cocco e si deve bere acqua filtrata o gassata, acqua di cocco, succo di frutta fresca e tisane.

I benefici della dieta Paleo verso la malattia infiammatoria intestinale non sono stati studiati ma il regime alimentare elimina molti alimenti ad azione infiammatoria e molte persone mostrato più energia e remissione dei sintomi.

Il termine FODMAP include oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentiscibili che si trovano in alcuni carboidrati e alcoli ma sono scarsamente assorbiti e quando vengono fermentati nell’intestino rilasciano gas che può causare gonfiore, flautolenza, dolore e a volte perdita di feci e diarrea.

Nella malattia infiammatoria intestinale si deve seguire una dieta con basso contenuto FODMAP  che significa evitare cibi ad alto contenuto per 6-8 settimane fino a quando i sintomi IBD sono migliorati e poi reintrodurli in piccole quantità per raggiungere il livello tollerato individuale.

Gli alimenti ad alto contenuto sono le prugne, pesche, albicocche e altri frutti a nocciolo, mele e pere,  lenticchie e fagioli, cavoli, cavolfiori, broccoli, cipolle, porri, aglio, barbabietola, grano, prodotti che contengono lattosio e sorbitolo come le gomme da masticare e le caramelle senza zucchero, sciroppo di mais ad alto contenuto di fruttosio usato come dolcificante delle bevande e nei piatti pronti.

Una dieta a basso contenuto di FODMAP aiuta ad alleviare i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile ma non ci sono prove che attenui i sintomi della malattia IBD anche se in alcune persone da benefici.

La dieta a basso residuo include alimenti che mettono sotto stress l’intestino visto che contengono poca fibra, danno minore residuo intestinali, rallentamento dei movimenti intestinali e diminuzione della quantità di feci.

Molto simile ad una dieta povera di fibre ma include alcuni alimenti extra che dovrebbero essere limitati, le fibre sono meno di 10-15 grammi al giorno ma ci sono alcune limitazioni nel seguire la dieta visto che non potrebbe essere raggiunto il livello di alcune vitamine come la C e l’acido folico, minerali e sostanze nutritive necessarie per le funzioni vitali.

I cibi a basso residuo includono i carboidrati raffinati sotto forma di pane bianco, riso bianco, pasta e cereali raffinati (corn flakes, riso soffiato), succhi di frutta senza polpa, brodo chiarificato e zuppe prive di residui, lattuga cruda, cipolle e zucchine, verdure ben cotte senza bucce e semi tra cui la zucca gialla, zucchina, carota, melanzana, fagiolini, asparagi, barbabietole, patate dolci e spinaci, frutti crudi come le albicocche mature, banane, melone, anguria, nettarine, papaia, pesche e prugne, frutta cotta senza semi o  buccia, la carne finemente macinata e ben cotta, pesce, uova, tofu, prosciutto e pollame, burro, oli vegetali e margarina ma limitate quantità di latticini e prodotti caseari.

La dieta a basso residuo riduce i movimenti intestinali e rende le feci poco voluminose, può essere seguita sotto controllo medico dalle persone con la malattia di Crohn e con colite ulcerosa con stenosi intestinale, prima e dopo l’intervento chirurgico, prima e dopo la procedura endoscopica e durante i periodi d’infiammazione.

La dieta LOFFLEX è una dieta a basso contenuto di grassi e di fibre appositamente creata per le persone affette dal morbo di Crohn in modo da reintrodurre gli alimenti per almeno due settimane in modo graduale dopo una dieta liquida; i cibi grassi, le fibre e altri alimenti possono scatenare i sintomi della malattia per cui si devono evitare.

Non c’è un’elenco di cibi ammessi per la malattia infiammatoria intestinale, i sintomi variano da persona per cui è meglio avere un diario alimentare dove scrivere tutto ciò che si mangia e si beve che servirà a identificare gli alimenti che scatenano i sintomi, in modo da creare una dieta individuale sicura di soli cibi che non innescano la malattia da seguire dopo la dieta liquida ed evitare carenze nutrizionali.

Molti studi evidenziano che alcune persone con malattia IBD traggono benefici  da integratori pro-biotici con attenuazione dei sintomi ma la ricerca è limitata, oggi sono di supporto alla malattia solo i preparati probiotici Symprove per colite ulcerosa e  VSL # 3 per colite ulcerosa e morbo di Crohn.

Una cura per le IBD non esiste e non c’è un metodo efficace di trattamento dei sintomi  per cui ci sono molte opzioni individuali o su gruppi di persone come la combinazione di farmaci,  interventi chirurgici e modifiche dello stile di vita che aiutano a gestire alcuni sintomi come cambiare la dieta, gestire lo stress, l’esercizio fisico, integratori di vitamine e di minerali e miglioramento del sonno.

Alcune persone hanno avuto un miglioramento dei sintomi con cure alternative anche se non ci sono conferme mediche per esempio con l’agopuntura, il massaggio, l’aromaterapia, l’omeopatia, l’osteopatia, reiki e l’ipnoterapia.

Lo studio sul microbiota afferma che i batteri del genere Bacteroides intestinali sono in grado di produrre una proteina con azione antinfiammatoria capace di reclutare i globuli bianchi che uccidono le cellule del sistema immunitario responsabili della malattia infiammatoria intestinale, si pensa che tale meccanismo possa prevenire nella maggior parte delle persone il morbo di Crohn e la colite ulcerosa.

Questa proteina ha però un risvolto negativo poichè in alcune persone i globuli bianchi indotti reagiscono in modo esagerato in presenza di una malattia infiammatoria intestinale esistente innescando il sistema immunitario, accentuando l’infiammazione nella malattia e i globuli bianchi sovrastimolati possono causare altre patologie come il diabete.

La ricerca necessità di altri studi ma dimostra che il cambiamento del microbiota intestinali ha impatto sul sistema immunitario aumentando il rischio di contrarre altre patologie autoimmuni.

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L’autofagia è un processo importante per la salute umana in cui le cellule degradano elementi nocivi o danneggiati per riutilizzarli e nei tessuti disfunzionali  provoca infiammazione con maggiore rischio di malattie specialmente nell’intestino.

Lo studio condotto della School of Life Sciences di Warwick pubblicato sulla rivista Nature Communications dimostra che regolando il processo di autofagia si potrebbe aumentare l’efficacia dei trattamenti per le malattie dell’intestino come il cancro del colon, la sindrome dell’intestino irritabile, la malattia di Crohn e la colite ulcerosa.

Alcuni cibi come il melograno, uva rossa, pere, funghi, lenticchie, soia e piselli contengono composti naturali che potrebbero regolare l’autofagia, aiutando a prevenire le infiammazioni e le malattie dell’intestino.

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